martedì 4 luglio 2017

Dampyr: Il mostro nel billabong - contenuti speciali

Sul Maxy Dampyr n. 9, uscito qualche giorno fa c'è anche la mia (e di Andrea Del Campo) "Il mostro nel billabong".
Quindi, perché non dare un'occhiata dietro le quinte della storia?
- A pagina 103, la canzone del kookaburra è questa:

Si tratta di una canzone per bambini della quale in giro si trovano diverse versioni. Quella citata è quella originale, scritta da Marion Sinclair nel 1932.
- Il bunyip è una creatura della mitologia degli aborigeni australiani. Se cliccate sul link qui sopra trovate un po' di informazioni in più e di teorie su che cosa sia realmente l'animale. Nessuna di quelle teorie si avvicina però nemmeno lontanamente alla verità, che trovate invece nel fumetto e che si intreccia con la mitologia dampyriana.
- A pagina 135, nella seconda vignetta, si cita il fumetto più bello del mondo. Ed è una citazione della quale vado molto fiero. Ovviamente il poliziotto, in originale, non dice "Great Watermelon" ma "Great Pumpkin". Adeguandoci alla traduzione ufficiale di Peanuts, però, ecco che anche nella nostra storia si parla non di "Grande Zucca" ma di "Grande Cocomero".

SPOILER
Se non hai ancora letto la storia, non andare avanti perché sto per parlare del finale e non vorrei rovinarti la sorpresa. Davvero, non andare oltre. Anzi, lo ripeto:

SPOILER
Stai continuando anche se non hai letto la storia? Ripensaci! Ultima possibilità:

SPOILER
- Pagina 186 e seguenti. Per lo scontro in subacquea all'inizio avevo optato per far usare comunque a Harlan la sua pistola, documentandomi sul funzionamento delle pistole semiautomatiche in immersione. Harlan avrebbe potuto far fuori la creatura anche in quel modo, se avesse sparato da molto vicino. Perché l'arma avrebbe sparato, ma il forte attrito dell'acqua fa sì che i proiettili non riescano a percorrere più di una ventina di centimetri prima di perdere la loro forza.
Dopo aver scritto la sceneggiatura, però, si è deciso però che fosse una soluzione troppo strana e abbiamo quindi ripiegato sulla modalità che avete visto.

Una nota finale per i disegni di Andrea Del Campo, che ha fatto un lavoro splendido creando un bunyip davvero straordinario. Se la storia non fosse finita come è finita, l'avrei adottato io. Peccato, sarà per la prossima criptobestia.
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lunedì 22 maggio 2017

Desert Route su Facebook

Desert Route, il libro a fumetti che sto realizzando insieme a Marco Sada (disegni) e Beatrice Canova (colori) sarà pubblicato a ottobre da Renbooks.
Ha già però una sua pagina Facebook, che potete trovare cliccando qui.
Buona visita... in attesa di partire insieme per questo pericoloso viaggio attraverso il deserto.

giovedì 18 maggio 2017

Perché adoro il Blue Whale

Il Blue Whale è una trovata narrativa fantastica.
Gente che partecipa a un "gioco" supersegreto alla fine del quale si muore: dal punto di vista della fiction, uno sballo totale per qualsiasi adolescente rimasto orfano di Hunger Games. O per qualsiasi giornalista con la fregola di raccontare una storia pruriginosa, violenta, di sbando giovanile che signora mia a che punto siamo arrivati!
Sì, perché il Blue Whale è un gioco supersegreto in cui alla fine ci si suicida. Fico, no?

Certo, un buon editor letterario sarebbe riuscito a renderlo molto più interessante. È evidente che gli autori del BW non abbiano avuto troppe risorse, da quel punto di vista, altrimenti non si spiegherebbero le ripetizioni, le insensatezze e le illogicità che il "gioco" avrebbe in sé. Uso il condizionale perché il Blue Whale è - palesemente - una bufala. E metto le virgolette alla parola "gioco" perché anche se fosse una cosa vera, non sarebbe affatto un gioco.
Il Blue Whale è, appunto, una trovata narrativa fantastica.

E per accorgersene non c'è bisogno di fare troppe ricerche (andando, per esempio, a scoprire che, tra tutte le vittime del BW, di nessuna c'è davvero la prova che sia morta a causa del BW). Basta leggere le regole del gioco. Riporto qui quelle dei primi 7 giorni (su 50 che dura il Blue Coso):
1. Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore.
2. Alzatevi alle 4.20 del mattino e guardate video psichedelici e dell'orrore che il curatore vi invia direttamente.
3. Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al curatore.
4. Disegnate una balena su un pezzo di carta e inviate una foto al curatore.
5. Se siete pronti a "diventare una balena" incidetevi "yes" su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi.
6. Sfida misteriosa.
7. Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore.
(Lasciamo perdere la questione dei "video psichedelici e dell'orrore", va bene? Davvero, lasciamo perdere.)

Cominciamo dalla prima: "Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore." Eh, no, ragazzi. Siamo al punto numero 1 e già avete cannato. Perché certo, il modo per mantenere segreto quello che stai facendo è proprio inciderti qualcosa sulla mano. A meno che uno non sia Padre Pio, in quel caso potrebbe anche passare inosservato.
Stessa cosa vale per il punto numero 3, non proprio l'apice della subdoleria.
Ma veniamo al punto 4. Ecco, se io stessi facendo un gioco e tu come sfida del quarto giorno mi proponessi "disegnare una balena" ti manderei in culo, direttamente e senza passare dal via. In culo, testa di cazzo!
Nuove incisioni (che palle!) al punto 5, e una sfida misteriosa al punto 6. "Sfida misteriosa" suona molto simile al "e molto altro ancora" che si legge in coda a certi comunicati: non hai la vaga idea di cosa fare e prometti roba a caso che tanto chissenefrega magari qualcosa ti verrà in mente. Sfida misteriosa. Ma che cazzo c'hai in testa?
Quando poi si arriva al punto 7, che è esattamente uguale al punto 1, be'... ti vengo a cercare a casa. Perché va bene che sono un pacifista, ma una scarica di legnate non te la leva nessuno.

Facciamo un salto in avanti fino al punto 26:
26. Il curatore vi dirà la data della vostra morte e voi dovrete accettarla.
Allora, brutta testa di minchia. È un gioco che dura 50 giorni, momento nel quale mi devo suicidare, no? E siamo al giorno 26. Lo so da solo qual è la data della mia morte, idiota! L'ho già accettata 26 giorni fa. Facevi prima a dirmi che il giorno 26 c'era ricreazione, ché almeno andavo nei bagni dell'autogrill a scrivere ovunque il tuo numero di telefono.

La parte migliore però è quella relativa agli ultimi 20 giorni:
da 30 a 49. Ogni giorno svegliatevi alle 4.20 del mattino, guardate i video horror, ascoltate la musica che il curatore vi manda, fatevi un taglio sul corpo al giorno, parlate a "una balena".
50. Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita.
Oddio, avevamo detto 50 giorni? E chi ce le ha idee per 50 prove diverse, o al limite senza ripetizioni troppo evidenti? Dai, facciamo che dal 30 in poi ti guardi dei film di notte e ti fai dei tagli (cioè le stesse identiche cose che hai fatto nei primi giorni) e non ci rompi i coglioni, va bene?
E al 50 il "gioco" finisce non perché ti ammazzi, ma per palese mancanza di idee da parte dei curatori.

Come dicevo, il Blue Whale è una trovata narrativa fantastica.
Con un problemino, c'è qualcuno che crede che esista davvero, anche perché Le Iene - scusate il termine - e altre testate (tra cui Il Giornale - scusate di nuovo il termine - dal quale ho ripreso i testi delle regole, correggendoli giusto un po') hanno iniziato a parlarne come di qualcosa di reale che mamma mia, in che razza di mondo malato stiamo vivendo!

Insomma, alla fine devo confessare che il Blue Whale mi piace. Certo, l'avrei preferito sotto forma di libro o di film, ma anche come leggenda metropolitana non è male. Se posso permettermi, però, al giorno 50 eviterei di buttarmi giù da un palazzo. Trovo molto più chic andare a New York e farmi divorare dagli alligatori nelle fogne.
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giovedì 23 marzo 2017

Dai gas, Liz!

Ragazzi, io non ci credevo più.
Questo libro io e Marcello Toninelli l'abbiamo finito un anno fa, ma poi sembrava che Taita Press avesse chiuso la sua collana a fumetti e che quindi non sarebbe mai stato pubblicato... e invece eccolo qua.
Lavorare con Marcello è stato praticamente un sogno diventato realtà, perché lo adoro fin da quando, da ragazzino, leggevo le sue strisce comiche. Quando si è presentata l'occasione di fare qualcosa insieme sarei stato uno stupido e non gettarmici a capofitto (ah, Marcello, se si vuole fare il bis io ci sto!).

Il libro nasce in modo un po' strano: Taita Press voleva che fosse l'adattamento di uno dei suoi manuali di automiglioramento (me l'hanno anche dato, il testo originale, e dovrei ancora averlo da qualche parte). Io però confesso che quel libro non l'ho nemmeno letto: ho proposto una storia mia, a loro è piaciuta subito e così siamo partiti.

Comunque sia, è il primo libro a fumetti non "di genere" che scrivo. Parla di Liz e di John, i due personaggi che vedete nell'arancionissima copertina. Lui è il proprietario di una stazione di benzina in mezzo al nulla, lei lavora per lui e vive lì. Ma poi Liz decide di partire e, nel bene e nel male, entrambi sono costretti a cambiare vita e abitudini.

E sì, è un libro di cui sono molto fiero, quindi non posso fare a meno di chiudere ringraziando i ragazzi di Pequod che l'hanno reso possibile.
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sabato 2 luglio 2016

"Topolino e l'Italia": l'arte, le property e la pubblicità

Oggi sono andato in stazione e mi sono imbattuto in "Topolino e l'Italia", la mostra itinerante che si sposterà poi in varie città italiane. Oggetto dell'esposizione, 25 statue del Topo, identiche come base ma ognuna dipinta e personalizzata in modo diverso.

E devo dire che l'ho trovata interessante, anche se per motivi diversi da quelli che uno si aspetterebbe.

L'evento ricorda un po' la Cow Parade che, qualche anno addietro, è stata ospitata anche dalle nostre città, ma a ben guardare la similitudine è solo apparente. Se le vacche della Cow Parade venivano affidate ad artisti di vario tipo, ognuno dei quali modificava, dipingeva e sistemava la statua di partenza secondo la propria sensibilità e i propri gusti, le statue di Topolino sono dedicate ad alcuni grandi marchi italiani che le hanno personalizzate a seconda del proprio prodotto.

Qualche esempio:
Il Topo di una famosa
catena di negozi di ottica.
Il Topo di un noto
giornale sportivo
(la pessima luce non permette
di notare il colore rosa di
calzoncini e scarpe).
Il Topo di una tv privata
a pagamento.


Il Topo di un editore di libri
e giochi per bambini.
Il Topo di una celebre
acqua gasata.
Gli sponsor sono tutti indicati nel basamento di ogni singola statua. Per farla breve, la nostra delle 25 statue è in realtà una mostra di 25 cartelloni pubblicitari molto particolari.

A livello artistico, come si può immagonare, è il vuoto assoluto.

A livello sociale, però... qui le cose si complicano un pochino. Topolino, una delle property più tutelate al mondo, si fa testimonial di altri marchi privati, in un corto circuito pubblicitario talmente pacchiano da passare inosservato ed essere davvero scambiato per una mostra di opere artistiche. Dubito infatti che tutti quelli che ho visto scattare foto alle statue stessero per scrivere un pezzo come questo.

Quel volpone di Andy Warhol sarebbe orgoglioso.
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giovedì 30 giugno 2016

L'uomo che vendette la Luna


Lo scorso aprile Piazza Grande, il giornale dei senza fissa dimora di Bologna, ha pubblicato un numero per bambini e mi ha chiesto un racconto. Questo è quello che è venuto fuori.
Buona lettura.

L’uomo che vendette la Luna

Era un giovedì di fine aprile quando Sir Jonathan Denver, architetto di Londra, ebbe l’idea. Mise un annuncio sul giornale e per le quattro e dieci del pomeriggio aveva già un compratore. Il signor Denver aveva venduto la Luna per trecento sterline a un imprenditore di Parigi. E siccome era ancora presto festeggiò con una sontuosa merenda.
Subito dopo l’acquisto Monsieur Bayrou chiamò le televisioni di tutta la capitale. «La Luna è mia! – diceva – Mia!» Com’è come non è, all’improvviso tutti volevano comprare la Luna... ma proprio tutti: dai magnati egiziani ai latifondisti del Sud America, dal re del Marocco alla Silvana, che abitava nella parte bassa di Montragone Marittima ma che si dava sempre arie da gran signora.
Alla fine la spuntò una società giapponese, che in una gara d’asta si aggiudicò la Luna per diversi milioni di Yen.
«La Luna salirà ancora di valore – si sentiva dire sia negli ambienti dell’alta finanza che nei bar – è una fonte di ricchezze che non si svaluterà mai!»
E quando qualcuno lo diceva, c’era sempre un altro che continuava: «Pensate a quando l’uomo potrà andare a vivere sulla Luna. A quel punto, il proprietario di tutto quel terreno riscuoterà un sacco di soldi di affitto!» E tutti annuivano, come se avessero sentito la frase più saggia del mondo.
Tale consapevolezza portò il prezzo della Luna a salire ancora (la battuta “il prezzo della Luna è alle stelle” presto non faceva ridere più nessuno). La Silvana, dalla sua casetta della parte bassa di Montragone Marittima, si mangiava le mani desiderando di essere lei la proprietaria... e pensando a quanto sarebbe diventata ricca al momento della colonizzazione.
Le venne incontro la Luna Corp. Ltd, una multinazionale che aveva rilevato la Luna dal precedente proprietario, che se ne uscì con una trovata: dividere in lotti la superficie della Luna e venderla pezzetto per pezzetto. A ognuno la sua parte di territorio.
Il giorno della vendita, davanti agli uffici della Luna Corp. Ltd le file erano lunghissime. C’era anche la Silvana, che dalla parte bassa di Montragone Marittima aveva preso il traghetto e portato tutti i suoi risparmi (consistenti in dodici cocuzze e un dente d’oro appartenuto al nonno). Anche lei riuscì ad accaparrarsi un pezzettino di Luna. Certo, era un fazzoletto di terra piccolo piccolo, in cui ti ci potevi a malapena sedere senza sconfinare nelle proprietà dei vicini, me lei era contenta così.
Radio e televisioni si lanciarono a capofitto sulla notizia. I telegiornali intervistavano esperti in economia e astronomia. In breve, sembrava che non esistesse altro che quell’enorme vendita di terreni lunari.
Il grande errore lo commise un notiziario della sera mandando un inviato in strada a raccogliere il parere della gente.
«È stato un vero affare per tutti!» diceva qualcuno.
«La più grande vendita di sempre!» diceva qualcun altro.
Poi l’inviato fermò Michelino e, pensando di farsi due risate alle spese di un bimbo, gli pose la domanda: «E tu cosa ne pensi della vendita dei territori della Luna?»
«Non ci ho capito molto – rispose Michelino – ma mi sembra una stupidaggine. La Luna ispira i poeti e fa felici gli innamorati, ma a loro non se ne può far pagare l’uso, no? E le colonie sulla Luna? A scuola ci hanno detto che sulla Luna non c’è aria e che quindi non ci si può andare a vivere!»
In quel momento, la Silvana capì che in realtà il suo pezzetto di Luna non valeva proprio niente. E lo stesso successe a tutti gli altri proprietari. Che gran delusione per tutti!
Per vincere lo sconforto si organizzarono roghi degli atti di vendita della Luna. Gli acquirenti avevano tutti perso i loro soldi... ma i proprietari della Luna Corp. Ltd erano ancora lì che si strofinavano le mani per l’incredibile guadagno.
La Silvana scoppiò a piangere pensando alle dodici cocuzze (e soprattutto al dente d’oro del nonno) che aveva investito e perso in quel modo stupido. Ma chi patì le conseguenze peggiori fu il piccolo Michelino, costretto a rimanere chiuso in casa un mese intero per evitare le occhiatacce di tutti quelli che, a causa sua, avevano capito di essere stati fregati e di aver comprato a caro prezzo qualcosa che non valeva niente.
I notiziari iniziarono a parlare di “bolla speculativa”, ma per quell’ora la Silvana aveva già spento il televisore ed era andata a dormire.
Alla fine, la Luna tornò a essere di tutti. E questa forse è la cosa più importante.

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mercoledì 16 settembre 2015

Perché la vicenda dei marò ha tutto questo successo?

Un Abatantuono che non
c'entra niente ma che ci
sta sempre bene.
Le cinque principali ragioni per cui la bizzarra storia dei due marò ha così tanto seguito.

1 – È "tratta da una storia vera".
2 – È ambientata in luoghi esotici ma di tanto in tanto ci sono episodi che si svolgono nel più rassicurante contesto del nostro Paese.
3 – I protagonisti hanno un nome che si ricorda facilmente. Quando nessuno si ricordava più dei "tre marmittoni", ecco i "due marò" giungere sotto le luci della ribalta.
4 – I protagonisti della storia hanno un passato oscuro. Sospettati di un delitto che probabilmente hanno commesso davvero, in ogni caso ora sono taaaanto pentiti e lottano dalla parte del bene.

5 – L’appassionante trama giudiziaria è accompagnata da un’altrettanto coinvolgente storia d’amore: con un solo marò non avrebbe mica funzionato.
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