martedì 8 gennaio 2013

Linearità (tà tà)

Ieri sera, forse complice il tegame di peperonata fredda che mi sono divorato a cena, ho avuto un'illuminazione: nell'ultimo anno il mio modo di scrivere, e prima ancora di pensare le storie, è cambiato. Ed è cambiato molto.
Chi ha letto le mie cose conosce il mio amore per la Storia con la esse maiuscola: non c'è quasi storia con la esse minuscola che abbia scritto in cui la Storia con la esse maiuscola non avesse una parte, spesso preponderante (basti pensare a molti episodi dell'Insonne, o a quelli di Maisha).
In genere, nelle mie storie con la esse minuscola la narrazione scorreva parallela, tra presente e passato, per poi convergere nel finale. Sempre così, seguendo questo doppio binario tra prima e dopo. Non era un gioco stilistico né un vezzo, semplicemente, mi venivano così.
Ma adesso non più. Me ne sono reso conto al quarto piatto ti peperoni: nelle ultime cose che ho scritto, quasi mai c'è una struttura di questo tipo. Più spesso, c'è un unico piano narrativo, ed eventuali parti in flashback sono, appunto, dei flashback o poco più.
Al settimo piatto di peperoni, poi, mi son chiesto: ma Francesco, cosa è successo che ha scatenato questo inconscio cambiamento? E al dodicesimo mi sono dato la risposta: negli ultimi mesi ho letto tante, tante, ma davvero tante storie insulse e senza mordente, che avevano una ragion d'essere solo perché raccontate in modo complicato.
Per farvi capire faccio un esempio inventato per l'occasione, ma non troppo lontano dal vero.
Trama della storia: Pinco viene ipnotizzato per aiutarlo a superare un trauma. Si risveglia e il trauma è superato. Fine.
Svolgimento: vediamo Pinco che suda, poi che piange per qualcosa che non conosciamo.
Stacco, indietro nel tempo: Pinco è davanti a un portone e suona un campanello, carico di speranza.
Stacco: Pinco adesso è disperato, balbetta qualcosa, sembra provare un dolore estremo. Una voce, dall'esterno, cerca di tranquillizzarlo: "Non fa male, Rocky!"
Stacco: Pinco sale le scale del palazzo e viene accolto da una donna in camice bianco che gli sorride e gli dà il benvenuto.
Stacco: Pinco grida come un capretto al macello, è paonazzo, e finalmente ricorda. "L'ho visto, è stato mio padre!" urla. "E' stato mio padre a mettere i regali sotto l'albero, quella notte del 24 dicembre. Per tutta la vita ho cercato di ricordare chi fosse, e adesso lo so! Mio padre!"
Pinco viene quindi svegliato dall'ipnosi, saluta la donna che abbiamo visto prima, che scopriamo quindi essere un'ipnotizzatrice, e se ne va felice di aver superato il terribile trauma che lo affliggeva.
Ecco, credo che, a livello inconscio, mi sia davvero stancato di questo genere di porcherie. E credo di non voler correre il rischio di scriverne io.
Per cui le parole d'ordine sono diventate: linearità e semplicità. Quello che conta sono i contenuti... il resto, per quanto mi riguarda, è perdere tempo.
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