venerdì 27 aprile 2012

Fumetti, giochi e conti delle rese

Prendo spunto da questo post di Moreno Burattini per una riflessione che mi gira in testa da un po' di tempo. L'abbinamento "Comics & Games", da qualche anno tanto di moda, infatti, lascia perplesso anche me e sono del tutto d'accordo con le conclusioni tratte da Moreno: le due cose non c'entrano niente l'una con l'altra.
Ma facciamo un passo indietro. Per affrontare meglio il ragionamento, è necessario analizzare le finalità di fumetti e giochi.
Quando leggiamo un fumetto, fondamentalmente, vogliamo seguire una storia. Ci immergiamo nella narrazione, della quale siamo spettatori passivi (sulla passività del lettore di fumetti si potrebbe discutere a lungo, ma per il momento diamo per buona la definizione, d'accordo?), ne seguiamo le svolte narrative, tifiamo per il protagonista (o per l'antagonista, o per quello che ci è più simpatico), ci stupiamo per i colpi di scena e ci rinfranchiamo una volta arrivati al finale. La lettura è intrattenimento, nel senso più positivo del termine. Quindi leggiamo per divertirci, distrarci, imparare, conoscere e altre attività che hanno a che vedere con la parte cognitiva del nostro cervello.

Quando affrontiamo un gioco, sia anche uno di quei videogiochi moderni in cui, in effetti, si racconta una storia, lo scopo è del tutto diverso. Un gioco (qualunque gioco) non produce stimoli cognitivi, ma sensoriali. Un gioco presuppone che ci siano prove da affrontare (un avversario da battere, conquistare 36 territori, lo scoprire tutte le caselle numerate senza cliccare sulle mine, fare centro lanciando una freccetta...) secondo regole che scegliamo volontariamente di seguire. Quando si gioca ci si dedica a un lavoro autoimposto, per niente passivo, indirizzato al raggiungimento di qualche obiettivo prefissato e chiaro. Un lavoro che ci mostra immediatamente se e di quanto ci stiamo avvicinando a tale obiettivo. Insomma, giocare ci dà la sensazione di fare qualcosa di concreto ed è per questo che quando vinciamo (o comunque portiamo a termine il compito, fosse anche semplicemente finire uno schema di parole crociate) ci sentiamo bene. E la cosa meravigliosa è che quello del gioco è un ambiente sicuro, senza conseguenze sulla vita reale, per cui quando invece perdiamo non c'è motivo di stare male. Anzi, spesso ci facciamo una risata e ricominciamo subito una nuova partita. (Pensiamo per esempio a un gioco come Tetris, in cui vincere è impossibile ma che ha così tanti appassionati.)
Insomma, mentre la lettura (di fumetti, ma non solo) ci dà stimoli mentali, il gioco ci fa star bene su un piano più elementare: ci dà degli obiettivi concreti da raggiungere. Obiettivi che nel lavoro vero, quello che facciamo tutti i giorni, spesso non sono così immediatamente identificabili. Giocare ci fa sentire produttivi, anche se il gioco, apparentemente, produttivo non lo è affatto. E dico "apparentemente" non a caso, perché il fatto che generi benessere lo rende estremamente produttivo, anche se in maniera non facilmente quantificabile.
Lettura e gioco sono insomma due attività che ci fanno stare meglio, ma in modi e per motivi del tutto diversi l'una dall'altra. Al punto che, giunti alla fine di questo articolo, sembra addirittura stupido aver voluto fare un confronto tra fumetti e giochi. Ma non è certo un abbinamento che mi sono inventato io.

Ps: Fumetti e giochi sono estremamente diversi anche per un altro motivo. A volte nel gioco arriva il momento della resa, ma non si tratta di niente di tragico. Quando arriva il momento della resa dei fumetti, invece, la faccenda si fa tragica eccome.

1 commento:

  1. "E dico "apparentemente" non a caso, perché il fatto che generi benessere lo rende estremamente produttivo, anche se in maniera non facilmente quantificabile."

    E DICIAMOLO, porca miseria!
    Come si può essere produttivi, combinare qualcosa di economicamente e umanamente valido, senza i tempi di riposo, di svago e di ricerca di stimoli nuovi?

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