lunedì 29 marzo 2010

Pene

È una grande pena quella che mi prende. Pena per una popolazione di criminali mancati, di aspiranti mafiosi, di traffichini falliti. Perché infrangere le regole e farla franca non è facile, ma ci piacerebbe molto. A tutti noi. Al punto di invidiare chi ci riesce. Di voler essere come lui. Di desiderare vivere la sua vita, con i suoi soldi guadagnati in modo illecito, con il suo potere di capoclan tra le mani. Il potere. Il potere che trascende le regole, che le regole le piega al proprio scopo, il potere arrogante che è sinonimo di forza e intolleranza, il potere che ci erge al di sopra degli altri.

E ho pena per un popolo che non vive la propria vita ma quella del tiranno che lo domina, un popolo che si immedesima nel proprio aguzzino fino al punto di amarlo, di voler fare la sua volontà, di volergli essere vicino. E che lo vota, perché è l’unico modo che ha per dargli il proprio sostegno, per dirgli che crede in lui perché un giorno sarà come lui. Perché è convinto di poter sfuggire alla legge e diventare potente, innalzarsi al di sopra degli altri, dei suoi vicini, della gente comune. Della gente, a differenza di lui, normale.

Ed è una doppia pena quella che mi coglie. La pena che si prova per un fallito, per qualcuno che non sarà mai ciò che vorrebbe. E la pena per chi è convinto che il crimine alla fine paghi, per individui talmente egoisti da sostenere chi promette di aiutarli a guadagnare potere anche loro. Un potere che va oltre le leggi, oltre l’etica. Il potere degli stolti.

Di loro ho pena.

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